Negli ultimi cent’anni l’agricoltura aveva gia’ assistito a due grandi passaggi: prima la grande svolta della genetica classica, poi l’esplosione della chimica. Giunto all’ultimo scampolo, il ventesimo secolo apre le porte a una rivoluzione degna di Copernico: per migliorare piante e animali, l’uomo abbandona il sistema “tolemaico” degli incroci e mette direttamente le mani sul codice della vita. Non e’ piu’ l’uomo che ruota intorno alla doppia elica del Dna, e’ la vita che si svolge nella direzione dettata dalla tecnologia: la ‘’ricombinazione" del Dna e’ infatti destinata a modificare per sempre tutti i sistemi di produzione, da quello agricolo a quello alimentare a quello industriale.
Da tempo gli scienziati cercano di migliorare le specie (piante, animali...) combinando le proprieta’ piu’ interessanti di ognuna, come la resistenza a determinate malattie o a certe condizioni climatiche, una crescita piu’ rapida, l’accentuazione di una caratteristica particolare (dimensione, gusto, qualita’ nutritive). E così che alcune varieta’ si sono diffuse a scapito di altre. Questo metodo di selezione e’ detto “classico” perche’ ricalca la selezione naturale: gli organismi piu’ adatti al loro territorio sono quelli piu’ adatti a sopravvivere. Solo che la natura permette questa evoluzione unicamente all’interno della stessa specie. Due tipi di rose possono incrociarsi spontaneamente, ma questo non avviene ad esempio tra una rosa e un tulipano. Nelle piante e negli organismi transgenici, la scienza compie quello che in natura non potrebbe avvenire: trasferisce la proprieta’ particolare di una specie a un’altra specie. E mette a rischio la biodiversita’.
Nuove varieta’ di semi ricombinando il Dna
La Monsanto, il primo fra i grandi colossi americani a lanciarsi sul promettente mercato dell’agricoltura biotecnologica, ha creato una varieta’ di seme di soia immune ad un proprio diserbante di enorme successo, il Round-up, inserendo un gene della petunia nelle cellule dei semi. La Ciba-Geigy, che con Sandoz ha dato vita a Novartis, altra grande multinazionale del settore, ha invece creato un mais transgenico che si autodifende da un parassita perforante e resiste nel contempo all’erbicida ‘’Basta" prodotto dalla stessa societa’. Il nuovo seme e’ in grado di produrre una proteina che attacca il sistema dirigente della larva di piralide quando questa e’ all’interno della pianta. Esperimenti in fase avanzata sono in corso - anche se non con gli stessi risultati - per cotone e fibre naturali multicolor.
Nel 1990 i raccolti geneticamente modificati non esistevano ancora nei campi del mondo occidentale. Alla fine del ‘99, secondo Clive James, direttore dell’International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications, circa 40 milioni di ettari saranno coltivati con queste tecniche. Alcuni - specialmente una varieta’ di soia resistente all’erbicida - sono talmente popolari fra i coltivatori che e’ diventato sempre piu’ difficile trovare la varieta’ non modificata. Fino a oggi i produttori che desideravano la varieta’ non modificata di questi prodotti erano costretti a procurarseli da vecchi depositi o dal Brasile. Ma anche questo Paese ha ora dichiarato che permettera’ la commercializzazione di raccolti geneticamente modificati. Come gia’ Stati Uniti, Argentina, Australia, Canada, Cina e Messico.
Ma l’Europa nicchia...
In Europa la situazione e’ diversa. Nonostante ci siano sperimentazioni su scala ridotta in tutti gli Stati membri dell’Unione europea, soltanto la Spagna dispone di grandi coltivazioni di mais modificato. Un provvedimento stabilisce che i paesi possano rifiutare raccolti modificati, anche se approvati dalla Commissione europea, in caso abbiano nuove prove circa i rischi. Recentemente Francia, Austria e Lussemburgo hanno esercitato il diritto di rifiutare alcuni tipi di mais e di semi oleiferi di colza geneticamente modificati. Benche’ nove varieta’ di raccolti modificati siano state approvate per la coltivazione o per l’importazione nella Ue dal 1994, si e’ creata una tale tensione riguardo a questi alimenti che nessuna specie nuova e’ stata aggiunta alla lista approvata dalla fine dell’anno scorso. Al rifiuto ufficiale in quasi tutta l’Europa corrisponde l’ostilita’ non ufficiale da parte dei consumatori. Le obiezioni si riferiscono a tre punti principali. Il primo e’ che la manipolazione genetica, non essendo naturale, e’ inaccettabile. Il secondo e’ che gli alimenti così prodotti sono pericolosi. Il terzo e’ che ha effetti negativi per l’ambiente.
...nonostante promesse di raccolti record
I nuovi semi promettono comunque raccolti record e alte rese per i produttori. In base ai dati comunicati di recente dal Fas-Usda, il Servizio estero del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, lo scorso anno era biotech il 25% del mais, il 35% della colza, il 38% della soia e il 45% del cotone seminato dai farmers americani. Quest’anno sara’ transgenico almeno il 50% della soia e il 40% del granoturco made in Usa. “E fra cinque anni - dice un responsabile dell’organizzazione delle industrie biotecnologiche di Washington - saremo vicini al 70% per le grandi colture”.
Secondo i calcoli dell’l’American soybean association (Asa) di Saint Louis (Missouri), la maggiore associazione statunitense dei produttori di soia, i farmer americani impiegheranno quest’anno semi transgenici di soia su 40 milioni di acri, quasi 16,2 milioni di ettari. In base alle stime Usda (il ministero federale dell’Agricoltura), che prevedono per il ‘99 semine di soia su una superficie di 73,5 milioni di acri (29,75 milioni di ettari), sara’ quindi la prima volta nella storia che un vegetale geneticamente modificato verra’ coltivato su oltre la meta’ della superficie nazionale.
Le rese economiche medie, secondo l’Usda, spiegano il “boom” dei raccolti transgenici: coltivare soia Roundup Ready tollerante agli erbicidi rende all’agricoltore statunitense 188mila lire a ettaro in piu’ dei semi tradizionali; il mais Bt autoimmune alla piralide garantisce un surplus di 177mila lire a ettaro, mentre dal cotone Bt resistente ai lepidotteri vengono 585mila lire in piu’ a ettaro che dalle sementi tradizionali. Un forte aumento delle rese e’ confermato anche da un recente rapporto dell’Istituto sperimentale per la cerealicoltura di Bergamo: a parita’ di superficie sperimentale coltivata nella Pianura Padana nel ‘97 le sementi biotech Bt hanno reso l’11,1% in piu’ degli ibridi normali. L’anno scorso, invece, la differenza di resa a favore delle sementi transgeniche e’ cresciuta sino al 15,3% in piu’ rispetto a quelle tradizionali.
Una risposta alla fame dei Paesi poveri?
Pur fra non poche difficolta’, la nuova “rivoluzione verde” continua la sua marcia di sfondamento, promettendo fra l’altro di debellare anche quello che e’ senza dubbio il principale problema dell’umanita’: quello della fame nei paesi poveri. A questo proposito il rapporto Nomisma 1999 sull’agricoltura sottolinea che l’"assimilazione tecnologica" e’ il fattore che, piu’ di ogni altro, ha contribuito a conseguire l’enorme aumento di competitivita’ registrato dai sistemi agricoli economicamente avanzati nell’ultimo trentennio. Una competitivita’ che viene sempre con maggior vigore minata proprio da quelle aree e Paesi che, solo oggi, tentano di risalire la china dello sviluppo economico e trovano nelle attivita’ primarie il principale argomento e merce di scambio con le economie sviluppate. D’altro canto, queste stesse economie sottosviluppate sono ancor oggi legate a un rapido e costante sviluppo demografico che alimenta fasce ampie di malnutrizione. Tale processo determinera’, inevitabilmente, effetti rilevanti sulla struttura alimentare e, quindi, sulla produzione agricola, per effetto dell’aumento in volume della domanda (direttamente correlato alla popolazione) e del mutamento della struttura dei consumi, sia quantitativa (consumi pro capite) che qualitativa. Nei prossimi 13 anni la domanda alimentare delle quattro colture principali - grano, mais, riso e soia - subira’ un aumento di oltre 650 milioni di tonnellate, per la massima parte dovuto a mais e riso. L’agricoltura mondiale, pertanto, nei prossimi anni sara’ chiamata a dare risposte produttive adeguate alla maggiore domanda alimentare proveniente dalle differenti aree del globo, affrontando allo stesso tempo la inevitabile ridefinizione del livello e della geografia della competitivita’. A livello mondiale, sara’ necessaria la messa a coltura di ben 212 milioni di ettari, chiaramente con una pressione nettamente superiore nelle aree a maggiore incremento demografico, con il Sudest asiatico cui fa capo oltre il 50% del totale (115 milioni di ettari).
A differenza del passato, pero’, la possibilita’ di incrementare l’output agricolo nel prossimo futuro si scontrera’ con nuovi vincoli legati - per esempio - alle condizioni climatiche, all’impoverimento della fertilita’ dei suoli, alla scarsita’ di nuovi terreni e di risorse idriche. Per tale motivo oggi, ancor piu’ che nel passato, l’innovazione si trova a ricoprire un ruolo strategico, insostituibile per puntare all’obiettivo del soddisfacimento (o quanto meno del miglioramento) dei fabbisogni alimentari mondiali. Quella del miglioramento tecnologico appare l’unica strada percorribile per ottenere importanti miglioramenti nella produttivita’ agricola.