L’
attenzione del nostro dossier e’ centrata sull’uso delle biotecnologie in agricoltura, un settore dove continua ad allargarsi il solco che divide chi ritiene che la rivoluzione genetica applicata ai raccolti sia uno strumento fondamentale - tanto per le singole imprese quanto per il sistema mondiale - e chi invece le giudica l’ultimo passo verso lo sradicamento dei sistemi naturali di coltivazione. Tanto che in Europa aumenta di giorno in giorno la lista dei Paesi che alzano il ponte levatoio contro le sementi transgeniche. L’ultimo Governo a sottoscrivere un ricorso alla Corte di Giustizia delle Comunita’ europee del Lussemburgo, in ordine di tempo, e’ stato proprio quello italiano. Che si e’ affiancato all’azione legale avviata dall’Esecutivo olandese contro la direttiva sulla brevettabilita’ delle invenzioni biotecnologiche, approvata dal Parlamento di Strasburgo il 12 maggio dello scorso anno.
Tuttavia, la diffusione delle sementi transgeniche nel mondo puo’ essere descritta solo in termini di “boom”. In appena tre campagne, tra il ‘96 e il ‘98, le superfici seminate con vegetali geneticamente modificati sono aumentate di 15 volte. Secondo i dati della Federazione internazionale del commercio delle sementi (Fis) si e’ passati infatti dai 2,9 milioni di ettari del 1996 ai 12,7 dell’anno successivo. Per arrivare, nel 1998, a 29,4 milioni di ettari.
Vantaggi e rischi
Ma cosa si rischia se i geni della dieta mediterranea vengono rimescolati in laboratorio, se cominciamo a mangiare pomodori che non marciscono, basilico che vive sulla neve, zucchine che crescono come meloni? Di fronte a questa domanda non esistono risposte certe. Le multinazionali che controllano il mercato dei cibi transgenici assicurano che grazie ai loro prodotti si riusciranno a risolvere i problemi creati dall’overdose chimica nei campi: le piante dalla mappa genetica liberamente ridisegnata sapranno resistere agli insetti e alla malattie senza bisogno dei pesticidi, trarranno nutrimento dalla terra senza dover ricorrere all’aiuto dei concimi di sintesi, aumenteranno la resa in modo da sfamare un’umanita’ che viaggia verso i dieci miliardi di persone.
Eppure 11 dei 15 Paesi dell’Unione europea non appaiono convinti da queste promesse: si sono dichiarati non disposti a continuare la sperimentazione dei transgenici in assenza di prove convincenti della loro innocuita’. Perche’? Gli indizi a carico delle tecnologie di ingegneria genetica applicate all’alimentazione sono numerosi ma controversi.
Aumentano i casi di allergie - Il fatto che mangiando un’insalata di mais si possano potenzialmente ingurgitare i geni di qualunque essere vivente - pianta o animale - rende indubbiamente difficile sia difendersi dalle allergie che comprendere le cause esatte di un’eventuale intolleranza alimentare. I sostenitori delle biotecnologie replicano che i casi di cui si discute sono rari. Il problema potrebbe essere risolto indicando in etichetta tutti le componenti genetiche del prodotto.
Si rafforza la resistenza agli antibiotici - La direttiva europea in elaborazione dovrebbe vietare l’uso di antibiotici durante i processi di ingegnerizzazione dei prodotti: il rischio e’ un aumento della resistenza all’ampicillina, un antibiotico utilizzato per marcare i frammenti di Dna. Ma secondo i dirigenti della Novartis, uno dei colossi del settore, i geni marcati con antibiotici passano senza lasciar traccia: preoccuparsi di questo pericolo sarebbe come preoccuparsi di entrare in contatto con i geni di una mela che si mangia.
Si rischia un inquinamento ambientale incontrollabile - I campi europei in cui si sperimentano le colture transgeniche sono circondati da una fascia di rispetto. La misura dovrebbe servire ad evitare la propagazione ingovernabile delle piante geneticamente modificate. Ma alcuni studi riferiscono di casi in cui l’impollinazione spontanea ha saltato le barriere.
Si danneggia l’ecosistema - Le colture transgeniche non dovrebbero interagire negativamente con l’habitat. Ma il caso della farfalla monarca sembra provare il contrario. Ecco la storia. Si e’ preso il gene della tossina prodotta dal bacillus thuringensis, che e’ un insetticida naturale, e lo si e’ inserito nel mais in modo da renderlo resistente agli attacchi di un insetto, la piralide. Ma il polline permeato di questa tossina e’ finito sulle piante di cui si nutrono le monarca e ne ha fatto strage. “Ora il problema non e’ tanto quello delle farfalle, che tecnicamente potrebbe essere risolto”, commenta Alessandro Gianni’, di Greenpeace, “quanto delle incognite che i bioingegneri non riescono a calcolare per la complessita’ degli ecosistemi. Non vorremmo che un domani ci trovassimo noi nei panni delle monarca”.
Favorevoli e contrari, come per il nucleare
Il dibattito sulle biotecnologie ricorda molto da vicino quello relativo all’energia nucleare. In entrambi i casi i paladini del sì hanno affermato l’ineluttabilita’ di una scelta in tal senso “per non regredire all’eta’ della pietra”. Poi pero’ - ribattono i crociati del no - e’ arrivata Cernobyl e il problema della sicurezza e’ tornato prepotentemente alla ribalta mettendo definitivamente in soffitta ‘’il nucleare sicuro" e costringendo così molti governi a ripensare le politiche energetiche, riscoprendo le fonti cosiddette alternative come l’energia eolica, quella solare ecc. Nel caso delle biotecnologie - dicono gli “spaventati” - sara’ il malfunzionamento di qualche mostro - un ibrido vegetale, animale o addirittura umano - a indurre i potenti a riscoprire i pregi dei procedimenti ‘’naturali". Fino a quel momento saremo molto probabilmente condannati a mangiare i cibi di Frankenstein, sperando di non essere costretti ad arrivare a quel punto.
Nonostante la perdurante opposizione delle organizzazioni ambientaliste, l’agricoltura geneticamente modificata conquista comunque spazi di mercato sempre piu’ importanti e sembra destinata a soppiantare in poco tempo il tradizionale metodo biologico. Gli interessi in gioco sono enormi: solo il mercato dei semi transgenici dovrebbe infatti raggiungere nei prossimi 10 anni i 6,5 miliardi di dollari. Un’opportunita’ decisamente ghiotta che le grandi multinazionali non si sono lasciati sfuggire. Cosi’ hanno finanziato ricerche miliardarie e si sono concentrate in colossi sempre piu’ grandi per sbarrare il passo a possibili concorrenti e per assicurarsi la fetta piu’ grande della torta.
Il futuro dell’agricoltura e’ gia’ cominciato.