La ricerca in Italia e in Europa



I campi sperimentali

Proprio i Paesi piu’ decisi nel chiedere cautele commerciali risultano essere anche i piu’ impegnati nella sperimentazione di prodotti transgenici. Il settimanale Il salvagente ha ricostruito la mappa dei campi in cui si coltivano Ogm a fini di studio: la Francia ha approvato 446 progetti, l’Italia 242, l’Inghilterra 177, la Spagna 152, l’Olanda 113. Cifre poco differenti da quelle fornite dalla Monsanto (392 autorizzazioni per la Francia, 206 per l’Italia). Per quanto riguarda la ricerca nel nostro Paese e’ stata chiesta l’autorizzazione a sperimentare 15 tipi di vegetali, fra i quali ci sono un mais tollerante ai diserbanti e resistente a virus e insetti, un pomodoro a ritardata marcescenza e tollerante la siccita’ (oltre che naturalmente resistente a virus, insetti e funghi) e una soia tollerante ai diserbanti. Ma pur essendo al secondo posto in Europa nella sperimentazione, l’Italia ha pero’ negato - lo scorso 31 maggio - l’importazione di sementi transgeniche, sfruttando gli spazi concessi da una situazione legislativa complessa, dove si sovrappongono competenze di Roma e di Bruxelles. In base alla direttiva 220 del 1990, che regola i rilasci degli organismi geneticamente modificati (Ogm), la ricerca sui raccolti biotech deve infatti passare per una serie di autorizzazioni nazionali e comunitarie. Nel dettaglio, l’allegato B della 90/220 regola l’import e la coltivazione sperimentale di sementi transgeniche per ottenere il nulla osta di verifica sanitaria e ambientale di Bruxelles (le prove avvengono a livello nazionale sotto il controllo congiunto dei ministeri della Sanita’ e delle Politiche agricole), mentre l’allegato C regola il passaggio dalla ricerca sulla sicurezza a quella applicata alla vendita, verificata dal solo Mipa. L’Italia e’ sempre stata tra i leader Ue nella ricerca sui vegetali transgenici per la fase B. Con 213 rilasci (su aree ridottissime) a tutto il ‘98 era seconda solo alla Francia. Ma quest’anno, per la prima volta, numerose aziende sementiere hanno chiesto di passare alla fase C che richiede prove su aree piu’ vaste (qualche decina di ettari in tutto). Si e’ reso così necessario chiedere il via libera all’import di quantita’ maggiori di semi biotech. E qui la pratica si e’ arenata.

Tra le Regioni cresce il fronte del no

Come nel resto dell’Unione europea, anche in Italia continua a montare la marea delle prese di posizione contrarie alle biotecnologie applicate al settore agroalimentare. Una posizione che si e’ recentemente radicalizzata coinvolgendo nella generale bocciatura anche la ricerca, sia pubblica che privata. Il veto alla sperimentazione dei vegetali “biotech” e’ arrivato anche da alcune regioni. Ha cominciato la regione Lazio che ha emanato a meta’ aprile un divieto di sperimentazione di raccolti geneticamente modificati. Nel dettaglio, non si potra’ piu’ così chiedere il nulla osta alla sperimentazione di vegetali “biotech” in pieno campo per ottenere la loro iscrizione al Registro nazionale delle sementi, come previsto dall’allegato C della direttiva Ue 220/90 sui rilasci di Organismi geneticamente modificati. Una decisione, quella del Lazio, condivisa qualche settimana piu’ tardi dalla regione Marche. In entrambi i casi il divieto non impedisce pero’ la sperimentazione limitata a finalita’ di ricerca e non di sviluppo commerciale (anche perche’ il nulla osta a questa non e’ di competenza regionale ma della Sanita’), così come previsto dall’allegato B alla 220/90. La Toscana, infine, si e’ espressa contro la sperimentazione sui vegetali transgenici condotta nell’ambito delle aziende agricole di proprieta’ della Regione.

La ricerca internazionale si concentra sul riso

Quella del riso e’ tra le maggiori, se non la principale, coltivazione di cereali del mondo. Ogni anno la superficie investita assomma globalmente a 150 milioni di ettari, con una produzione che si assesta intorno ai 500 milioni di tonnellate. Oltretutto, il riso rappresenta la prima (e spesso unica) fonte alimentare per alcune tra le aree piu’ popolate del mondo, come la Cina e il Sud est asiatico. Ecco perche’ la ricerca internazionale si sta concentrando a livello accademico su questo cereale: nel prossimo futuro dovrebbero essere disponibili sementi transgeniche in grado di accorpare i principali benefici delle tecniche del Dna ricombinante: tra queste, innanzitutto, l’introduzione di geni in grado di assicurare la tolleranza al trattamento con gli erbicidi, ma anche la resistenza ai principali parassiti e alle malattie - in particolare al brusone batterico - che infestano le colture e ne riducono le rese.