Poche materie sono capaci di catalizzare sentimenti e schieramenti del tutto contrapposti. Quella delle biotecnologie e’ una di queste. La “rivoluzione verde” che ha infatti preso piede nel Nord e nel Sud America, oltre che in Giappone, Canada e Australia, e che ora si va affermando anche in Cina, non convince ancora pienamente il Vecchio Continente. Nella Ue i semi biotech sono arrivati solo l’anno scorso, con la coltivazione, in Spagna, su una superficie di circa 100mila ettari, di una varieta’ transgenica di mais.
In Europa cresce l’ostilita’
Nella vecchia Europa continua anzi a crescere l’ostilita’ verso le biotecnologie agroalimentari: la lista dei Paesi che hanno approvato restrizioni o divieti alla circolazione, utilizzo o importazione di sementi o vegetali biotech comprende gia’ Austria, Lussemburgo, Danimarca, Francia, Olanda e Italia. Così, mentre nel resto del mondo l’impiego delle sementi geneticamente modificate cresce esponenzialmente e trova un limite solo nell’incapacita’ delle imprese sementiere di stare al passo con la domanda, l’Europa si dimostra dunque assai piu’ cauta nell’affidare la propria agricoltura all’ingegneria del Dna. Coltivatori e consumatori si stringono anzi nella richiesta comune di maggiori garanzie. E lo scorso aprile un consorzio europeo di catene di distribuzione ha deciso di mettere al bando i prodotti transgenici, togliendoli dagli scaffali.
Prodotti biotech fuori dai supermercati
Al consorzio, capeggiato dalla inglese Sainsbury, hanno aderito varie catene di distribuzione europee: Marks & Spencer (Regno Unito), Carrefour (Francia), Delhaize Le Lion (Belgio), Migros (Svizzera) Superquinn (Eire) e l’italiana Esselunga. Il consorzio assicura l’esclusione degli Ogm dalle linee private label, ovvero i prodotti venduti con proprio marchio. In Italia, l’iniziativa di Esselunga e’ stata seguita dalla Coop, che ha comunicato di avere allo studio, da tempo, un piano per giungere all’esclusione dei prodotti biotech. Esselunga ha poi provveduto a spiegare di aver invitato gli oltre 700 fornitori a segnalare, mediante una scheda, quali prodotti siano esenti da ingredienti e additivi Ogm. La Coop, invece, sempre con riferimento alle private label ha in cantiere un piano di intese che giungeranno a coinvolgere l’intera filiera cui fanno capo i propri fornitori. Nel caso dei biscotti venduti con marchio Coop, ad esempio, l’accordo di esclusione dei prodotti biotech, giungera’ a coinvolgere anche i fornitori degli ingredienti o additivi utilizzati dall’industria di trasformazione che realizza i biscotti. Contemporaneamente Coop segue con attenzione la ricerca, con particolare riferimento per le tecniche di individuazione del geneticamente modificato e gli esperimenti di sostituzione, nell’ambito dell’industria di trasformazione, di ingredienti a rischio con altri piu’ “sicuri”.
A poco sono valse le osservazioni scientifiche dei Comitati di esperti consultati dalla Commissione Ue prima di concedere l’autorizzazione all’immissione sul mercato di nuove varieta’ di prodotti transgenici (sinora sedici). A nulla, o quasi, le osservazioni della Fao a favore della diffusione delle biotecnologie agricole per cercare di colmare il “gap” alimentare. Ne’ hanno portato qualche novita’ le osservazioni dei comitati etico-scientifici di singoli Stati, come quello inglese, francese o italiano. Contro la diffusione delle biotecnologie agricole nel Vecchio Continente si sta infatti coalizzando un fronte assai composito, che va dai Verdi ai movimenti animalisti, sino ad alcune organizzazioni di categoria degli agricoltori (in Italia apertamente contrarie sono Coldiretti e Cia). A favore o contro, l’Europa deve comunque fare i conti con una cruda realta’: il mais transgenico circola gia’ all’interno dell’Unione, anche se senza “passaporto”. In barba alla direttiva Ue 220 del 1990 (quella sulle etichette per gli organismi geneticamente modificati) una superficie tra i 20 e i 30mila ettari e’ stata infatti seminata in Spagna nel ‘98 con gli ibridi di granoturco transgenico della Novartis e il raccolto e’ stato poi messo in vendita mescolato a quello normale. Senza contare che il mais importato dagli Stati Uniti e’ in parte transgenico in quanto i produttori d’Oltreoceano non distinguono i prodotti agricoli “parentali” da quelli geneticamente modificati. Negli States vige infatti il principio dell’"equivalenza sostanziale", per il quale una volta accertata l’assoluta uguaglianza dei vegetali “biotech” a quelli normali non vi e’ alcuna distinzione tra i due tipi di raccolti. Raccolti che così finiscono assolutamente mescolati, con percentuali di piante transgeniche che vanno dal 25% del mais a oltre il 30% per la soia. E come tali sono esportati. E dai porti alle aziende di trasformazione ai banchi dei supermercati, il passo verso le tavole degli europei e’ breve. Con o senza etichetta, le biotecnologie sono gia’ state servite in tavola<MIUSX!O!A!>
Qualche dubbio anche negli States
Non che negli Stati Uniti fili tutto liscio come l’olio: a meta’ luglio, infatti, anche il governo americano ha dovuto riconoscere che per risolvere l’annosa questione dei cibi transgenici e dei loro potenziali rischi per la salute e l’ambiente occorre condurre uno studio a lungo termine sugli effetti che hanno sull’ecosistema e sull’organismo umano. Per la prima volta verra’ quindi valutata negli States la sicurezza dei prodotti agricoli alterati geneticamente: finora infatti la Fda, l’agenzia che controlla gli alimenti, non prevedeva test di garanzia, ne’ avvertimenti sull’etichetta.
Farmer contro distributori
A fine aprile, si era aperta una breccia tra la posizione del Dipartimento dell’Agricoltura, supportata dalle organizzazioni dei farmer, e quella delle “sette sorelle” dei cereali. Mentre Washington e agricoltori difendevano a spada tratta la scelta di “non separazione” dei raccolti tradizionali da quelli transgenici, la filiera della trasformazione sosteneva la necessita’ di adeguare gli standard colturali nordamericani alle norme comunitarie per evitare spiacevoli sorprese al momento dell’attracco delle navi cariche di cereali “made in Usa” nei porti del Vecchio Continente.
Ad aprire il fuoco erano state le due maggiori aziende di lavorazione del mais Usa, la A. E. Staley Manufacturing Corporation e la Archer Daniels Midland Corporation (Adm) di Decatur (Illinois), che insieme controllano quasi meta’ della lavorazione del granoturco Usa. Staley e Adm avevano annunciato che non avrebbero accettato piu’ varieta’ di mais transgenico che non fossero approvate dalla Ue.
L’annuncio, che aveva scatenato reazioni immediate da parte delle associazioni dei produttori, delle industrie di ibridazione del mais Ogm e dello stesso segretario all’Agricoltura Usa, era stato seguito a ruota da un identico comunicato di un altro colosso statunitense dei cereali, la Cargill Inc. Le tre imprese avevano deciso che, mentre le loro divisioni cerealiste avrebbero continuato a cercare mercati alternativi a quello Ue per le varieta’ di mais biotech" non autorizzate da Bruxelles, le divisioni molitorie avrebbero accettato solo le quattro varieta’ di granoturco transgenico approvate dall’Unione europea. La Ue importa infatti fino a 2,5 milioni di tonnellate di mais all’anno, mentre negli Usa sono stati seminati quasi 12,15 milioni di ettari a granoturco “biotech”, dei quali 2,23 milioni a varieta’ non approvate nella Ue.
Una decisione bocciata pero’ dai farmer. Per Doug Wilson, presidente dell’associazione del mais dell’Illinois, “questa decisione non poteva arrivare in un momento peggiore: sono in corso proprio le prime semine”. Pesante il monito lanciato ai trasformatori dal Segretario all’Agricoltura, Dan Glickman, per il quale a questi ultimi potrebbe essere richiesto di investire in impianti di separazione dei vegetali Gmo dai non-Gmo. Dal canto suo la Pioneer Hi-Bred, primo ibridatore sul mercato del mais Gmo negli Usa, ha fatto presente che su 200 varieta’ di granoturco “biotech” commercializzato negli States solo tre (quelle che contengono insieme il gene Yieldgard della Monsanto e quello LibertyLink se dalla Ue chdella AgrEvo) non sono ammesse accetta la presenza di un solo transgene. E la Monsanto ha lanciato per i farmer un progetto di commercializzazione negli Usa del mais transgenico Roundup Ready, non ancora approvato da Bruxelles, basato su 1.500 trasformatori che lavorano per il mercato domestico.
Spagna e Francia, due risposte diverse
Tornando all’Europa, la Spagna resta comunque per il momento l’unico Stato dell’Unione ad avere autorizzato la coltivazione di mais geneticamente modificato. La Francia, in prima fila nel processo di autorizzazione nella Ue del granoturco biotech quale Paese “rapporteur”, cioe’ cui e’ spettato condurre le verifiche e concedere l’autorizzazione nazionale necessaria a dare piena attuazione al via libera comunitario preventivamente sancito a Bruxelles, ha infatti mosso un passo avanti e due indietro. Dopo aver concesso l’autorizzazione alle semine per tre ibridi del mais Bt Novartis 176, non senza lunghi dibattiti interni, la Francia ha poi bloccato tutto il processo. Il Consiglio di Stato di Parigi nell’autunno dell’anno scorso ha infatti presentato un ricorso alla Corte di Giustizia delle Comunita’ europee del Lussemburgo chiedendo che venga verificata la correttezza giuridica delle procedure comunitarie sull’autorizzazione dei prodotti transgenici.
Un problema... di etichetta
Il problema ruota tutto sull’etichettatura dei prodotti e degli alimenti geneticamente modificati. Lo scorso anno Bruxelles ha varato una revisione della direttiva comunitaria 220 del 1990 che impone di apporre due tipi di etichette su tutti gli organismi geneticamente modificati. Se contengono geni o proteine prodotte da geni introdotti biotecnologicamente, questi devono riportare l’etichetta con la scritta “contiene Gmo”. Altrimenti devono riportare l’etichetta “non contiene Gmo”. Il problema e’ di tipo applicativo: quali metodi scientifici devono essere utilizzati per stabilire la presenza del gene o della proteina espressa, qual e’ la percentuale minima misurabile che fa da spartiacque tra le due situazioni? E ancora: quale dev’essere la forma dell’etichetta, quali caratteri vanno usati, quali colori? Tutte domande senza risposta proprio perche’ manca il regolamento attuativo della direttiva.
Stati Uniti, possibile ricorso al Wto
Gli Stati Uniti per ora reagiscono con cautela alla decisione dei ministri europei dell’ambiente di stringere i cordoni del commercio di nuove sementi modificate geneticamente. Ma la rappresentante commerciale degli Usa, Charlene Barshefky, ancora a fine giugno non escludeva un eventuale ricorso alla Wto davanti all’insorgere di nuovi ostacoli. “E’ evidente che hanno di fatto annunciato una moratoria su questi prodotti”, ha dichiarato un funzionario americano. Gli americani hanno previsto che nessun Ogm, gli organismi transgenici, verra’ approvato finche’ non sara’ varata in Europa una revisione delle regole, piu’ severe etichettature e procedure di controllo. Le autorita’ statunitensi, pero’, avevano gia’ criticato il processo di regolamentazione dell’Unione Europea come eccessivo. E hanno sottolineato che gli ultimi passi rappresentano una continuita’ piuttosto che una svolta.
Le biotecnologie applicate all’agricoltura potrebbero dunque entrare nel novero dei problemi destinati ad approfondire il solco tra Stati Uniti e Ue nel prossimo Millennium Round. Tutto dipendera’ dai tempi e soprattutto dai modi con i quali l’Unione di Bruxelles dara’ attuazione alla direttiva sull’etichettatura di tutti i prodotti contenenti organismi geneticamente modificati. Una decisione che aumenta la contrapposizione tra le due sponde dell’Atlantico.
Biotecnologici e spaventati in Italia
Mentre si chiariscono i dettagli del Piano nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, che nell’agroalimentare trova uno dei settori di punta, dentro e fuori il mondo agricolo continua il dibattito sulle opportunita’ e i problemi dell’uso dei vegetali transgenici. Un dibattito che attraversa l’Atlantico e che entra anche nell’agenda degli interventi del Governo.
“La tutela dei consumatori e la difesa dell’ambiente non giustificano chiusure aprioristiche nei confronti delle biotecnologie applicate all’agricoltura: non e’ questa la nostra posizione. Confagricoltura e’ invece a favore di un’innovazione tecnologica ispirata e guidata dalle esigenze espresse dalla collettivita’ e dai consumatori, senza chiusure pregiudiziali ma pure senza controproducenti forzature”. Questa la linea della Confederazione nazionale dell’agricoltura espressa a Roma dal presidente, Augusto Bocchini, nel convegno “Biotecnologie e organismi geneticamente modificati in agricoltura”, organizzato in collaborazione con l’ambasciata Usa.
“Sin dal ‘96 l’Europa importa e consuma vegetali transgenici, come la soia di cui e’ fortemente tributaria dall’estero. Ma agli agricoltori della Ue non e’ consentito coltivare questi stessi prodotti. E’ una situazione paradossale: o nei raccolti biotech esistono dei rischi e allora non si deve permettere produzione o importazione”, afferma Bocchini, “oppure non ve ne sono e si crea un’evidente distorsione a danno dei produttori e dei consumatori. Serve un sistema internazionale fondato su norme comuni, non discriminatorie e, nel caso dell’alimentazione, basate sull’assoluto rigore scientifico”. Bocchini ha concluso affermando che “le biotecnologie sono ormai una realta’. Cautela e rigore scientifico sono assolutamente indispensabili ma sarebbe un errore estraniarsi aprioristicamente dalle innovazioni”.
Non e’ di questo parere il presidente di Confcommercio, Sergio Bille’, per il quale “lo sviluppo delle biotecnologie e la comparsa sul mercato degli organismi geneticamente modificati (Ogm) sembrano avere interrotto il rapporto fiduciario tra i consumatori e le tecnologie alimentari tradizionali. La distribuzione ha prontamente reagito alle istanze dei consumatori e alcune catene della Gdo hanno deciso di bandire gli Ogm dai prodotti a private label, richiedendo adeguate garanzie ai fornitori. Una soluzione che tutela la liberta’ di scelta del consumatore”, ha concluso Bille’, “ma che presuppone un’informazione corretta e consapevole anche tramite etichette alimentari trasparenti e di facile lettura”.
Le organizzazioni ambientaliste
L’opposizione di commercianti e consumatori al raccolto figlio dell’ingegneria genetica ha trovato una sponda ideale in quella delle associazioni ambientaliste che gia’ da tempo avevano avviato campagne di sensibilizzazione, a volte spettacolari come il blocco di cargo trasportanti carichi transgenici o l’incatenamento ai cancelli di industrie di trasformazione dei nuovi semi. Secondo gli ambientalisti - che non esitano a rievocare lo scandalo della ‘’mucca pazza’’ - non sarebbero state ancora approfondite le ricerche sugli effetti provocati nell’uomo dagli agenti mutanti presenti nei semi. Dal canto loro, le multinazionali rispondono che l’utilizzo dei prodotti transgenici ‘’riduce l’impatto ambientale della coltivazione in quanto prevede un minor uso di fitofarmaci’’ e non rappresenta nessun pericolo per l’alimentazione umana e animale.
Il Piano nazionale di settore
Intanto a Lodi, in un convegno sul Polo biotecnologico padano organizzato nel maggio scorso e sostenuto dagli enti locali e dalla Fondazione Cariplo, Manuela Rafaiani di Sviluppo Italia ha presentato piu’ nel dettaglio le linee guida del Piano nazionale di settore sviluppato dal Comitato interministeriale per la biosicurezza e le biotecnologie e recentemente presentato alla Presidenza del Consiglio dal presidente, Leonardo Santi, e da Patrizio Bianchi. Un piano nel quale l’agenzia guidata da Bianchi crede e al quale apportera’ il proprio contributo: “le biotecnologie sono state individuate da Sviluppo Italia come uno dei settori strategici per lo sviluppo del Paese”, ha affermato Rafaiani. In sostanza, uno stanziamento pubblico di 375 miliardi in sei anni dovrebbe attivare investimenti privati per altri 476 miliardi, con la creazione di 160 nuove imprese in tre settori (agroalimentare, farmaceutico-sanitario e anmbientale) nelle 13 “bioaree” geografiche individuate. Grazie fra l’altro alla realizzazione di cinque nuovi incubatori di imprese dedicati esplicitamente alle “biotech”, si potrebbero creare 1.630 nuovi posti di lavoro con diecimila addetti nell’indotto.