Gli interessi in gioco: un duello planetario


Gli interessi economici in gioco sono enormi: il giro d’affari del mercato dei prodotti transgenici - letteralmente decollato nella seconda meta’ degli anni ‘90 - dovrebbe raggiungere quest’anno un fatturato compreso fra 1,5 e 2 miliardi di dollari, per spingersi attorno ai 3 miliardi nel 2000. E l’Unione europea non puo’ stare a guardare. La Ue e’ infatti il primo mercato mondiale delle sementi “tradizionali”, con 5,3 miliardi di dollari all’anno sui 30 del fatturato mondiale del settore. Seguono gli Usa (4,5 miliardi di dollari), poi la Cina e il Giappone con 2,5 miliardi di dollari ciascuno.

Multinazionali, ma non solo

Le grandi compagnie agrochimiche hanno rapidamente capito la posta in gioco e si sono così buttate a capofitto, investendo su questo mercato miliardi di dollari per acquisire il controllo delle principali imprese sementiere. Le multinazionali protagoniste del mercato mondiale delle biotecnologie agricole sono una mezza dozzina: i nomi piu’ conosciuti sono quelli della neonata Aventis, di Novartis, Dupont e Monsanto. Ma dietro i giganti, impegnati in una gara condotta a colpi di acquisizioni e fusioni da miliardi di dollari, negli Usa e nella Ue sono cresciute centinaia di piccole imprese, nate spesso dall’intuizione di un ricercatore che si mette in proprio per sfruttare un brevetto. Ma procediamo con ordine. Dopo le “campagne acquisti” di aziende come Monsanto (che ha di recente acquisito per 1,4 miliardi di dollari le attivita’ sementiere della Cargill), Dow Chemicals (1,2 miliardi di dollari, per il controllo della Mycogen), AgrEvo (circa mille miliardi di lire per la belga Plant Genetic Systeme) e Zeneca (mille miliardi per i fungicidi biotech dell’olandese Mogen) e dopo il “matrimonio” che ha portato Ciba Geigy e Sandoz a creare Novartis, a fine luglio si e’ perfezionata la fusione tra AgrEvo e Rhone Poulenc, che ha dato vita ad Aventis, balzata al terzo posto nella classifica mondiale del settore agrobiochimico dietro Novartis e Dupont, societa’ quest’ultima che deve la sua nuova posizione all’acquisizione della Pioneer Hi-Bred, la maggiore societa’ sementiera statunitense e mondiale. Pioneer Hi-Bred e’ specializzata nelle sementi biotech e detiene l’80% della decrittazione dei geni del mais. La societa’ di Des Moines (Iowa) controlla inoltre il 42% del mercato delle sementi di granturco ibrido e il 16% del mercato dei semi di soia degli Stati Uniti e una vastissima rete commerciale, di servizi post-vendita e di ricerca in numerosi Paesi, Italia compresa.

La risposta della Borsa

Promozione a pieni voti per la Dupont, bocciatura per i vecchi colossi del settore come Monsanto e Novartis. E’ questa la fotografia a grandi linee che emerge dall’ultimo anno di borsa. Rispetto al luglio scorso, la Dupont ha infatti messo a segno un aumento del 13%, passando da 61,15 a 69,15 dollari (che sale al +25% dal 4 gennaio di quest’anno). Novartis e Monsanto hanno invece perso rispetto al luglio scorso rispettivamente il 14 e il 28%.

Stati Uniti in pole position...

La corsa delle multinazionali americane e’ stata in parte facilitata dal sostegno economico assicurato dal potere politico e dall’amministrazione che ha finanziato fra l’altro le ricerche universitarie, indispensabili allo sviluppo dei semi transgenici. Globalmente, il sostegno finanziario dello Stato americano alle biotecnologie supera i 30 milioni di franchi all’anno. Ed il quadro regolamentare adottato e’ decisamente meno vincolante di quello europeo. Per il momento, gli Usa appaiono quindi come i potenziali vincitori della corsa internazionale alle biotecnologie. Secondo il rapporto ‘98 della Federazione internazionale del commercio dei sementi (Fis), rispetto all’iniziale svantaggio nell’erogazione dei finanziamenti alla ricerca sui vegetali transgenici del 1988, nel ‘96 gli Stati Uniti battevano il “resto del mondo” con 2,1 miliardi di dollari contro gli 1,1 miliardi di tutti gli altri Paesi. Una pioggia di denaro che non porta solo alla fioritura delle multinazionali, quanto allo sbocciare di moltissime piccole e piccolissime imprese. Secondo il rapporto annuale ‘97 della Ernst & Young, lo scorso anno le societa’ statunitensi di “life sciences” erano 1.274, contro le 1.036 europee. Di queste, quasi 250 sono stanziate nel Regno Unito, 175 in Germania, 125 in Francia, 80 in Svezia, 65 in Olanda, 45 in Finlandia e 40 circa in Belgio, Danimarca e Svizzera. L’Italia segue con una quarantina di imprese. Secondo Ernst & Young, pero’, l’Italia sta perdendo terreno. Nel ‘97, ad esempio, nel nostro Paese erano state avviate solo cinque nuove piccole aziende biotech su oltre 250 lanciate in Europa, la maggior parte delle quali sorte nel Regno Unito (65) e in Germania (70). Al fondo c’e’ la diversa attenzione delle autorita’ nazionali. La Germania ha lanciato il programma federale “Bio Regio”: 150 miliardi di lire stanziati per agevolare l’insediamento delle imprese e rendere alcune regioni della Repubblica federale tedesca il cuore del settore in Europa sin dall’anno prossimo. In Inghilterra e’ sorto invece l’"incubatore" di imprese di bioscienze di Manchester, che apre agli imprenditori in cerca di condizioni favorevoli anche la ricerca dell’universita’ locale. In Italia, invece, oltre a pochi “motori” come il Centro di biotecnologie avanzate di Genova, finora e’ stato prodotto un piano del Cnr che investe 60 miliardi.

...mentre l’Europa arranca

Ma l’Europa e’ in forte ritardo anche sui brevetti. Secondo EuropaBio, l’associazione delle imprese biotech europee, la distribuzione delle domande di brevetti su prodotti transgenici per macro aree di provenienza del richiedente, presentate negli Usa tra l’89 e il ‘94, dimostra che il 59,4% fa capo a proponenti statunitensi, il 19,5% a europei, il 16,6% a giapponesi e il 4,5% ad altre aree. E delle 8.031 domande di brevetto su prodotti biotech presentate tra ‘87 e ‘97 all’Ufficio brevetti europeo, gli Usa ne detengono la meta’ (4.016). Seguono Germania (743, 9,3%), Regno Unito (683, 8,5%), Francia (535, 6,7%), Italia (119, l’1,5% del totale).