Contributi al dibattito



La testimonianza contro
Ci vuole trasparenza sulle biotecnologie

Intervento di Luigi Manconi
(la Repubblica 23 luglio 1999)

 

La questione degli organismi geneticamente modificati (Ogm) e’ carica di incognite. A rassicurare non bastano ne’ le affermazioni tonitruanti di chi proclama la propria fiducia illimitata nel progresso illimitato della scienza (Ivan Cavicchi di Farmindustria) ne’ la considerazione che, non essendo avvenuta “la catastrofe” negli ultimi 25 anni, non avverra’ ne’ domattina ne’ mai (Luciano Caglioti, docente di chimica, sul “Messaggero”). Per rassicurare davvero - ossia per fornire risposte razionali a preoccupazioni razionali - ci vuole ben altro. Innanzitutto regole e norme certe e, per una fase che non sappiamo quanto lunga, il massimo rispetto del “principio di precauzione”. In altri termini: non oso se le conseguenze del mio osare sono: a) imprevedibili e b) potenzialmente devastanti. Gli ecologisti esprimono un punto di vista radicalmente critico sui presupposti dell’immissione degli Ogm nell’ organismo umano e nell’ambiente perche’ tale immissione altera in profondita’ la natura costitutiva della vita e del vivente, indipendentemente (e direi indifferentemente) rispetto ai tempi e agli spazi nei quali si svolge la selezione naturale e prende corpo il suo equilibrio evolutivo. Con cio’ non si esprime alcuna ostilita’ preconcetta verso la ricerca scientifica, i suoi sviluppi e le sue potenzialita’. Al contrario. E’ indubbio che le biotecnologie possono contribuire al benessere collettivo ed e’ utile che la ricerca scientifica configuri cio’ che e’ possibile realizzare: ma e’ altrettanto chiaro che alla responsabilita’ pubblica compete la decisione su cosa e’ opportuno realizzare, attenendosi, appunto - in mancanza di certezze sull’impatto nello spazio e nel tempo - al principio di precauzione. D’altra parte, la velocita’ innovativa della combinazione scientifica e tecnologica delle manipolazioni genetiche e’ di tale rilevanza da non poter riguardare esclusivamente la riflessione di scienziati e di imprese del settore. Richiede, bens, un adeguamento altrettanto profondo del bagaglio culturale (ed etico), affinche’ le decisioni delle istituzioni pubbliche siano l’esito di una piu’ matura consapevolezza. Da qui la lunga e faticosa battaglia dei Verdi, che ha portato il governo italiano - nel febbraio scorso - a ricorrere, davanti alla Corte di Giustizia europea, contro la direttiva sulla brevettabilita’ degli organismi geneticamente manipolati. I rischi contenuti in quella direttiva sono numerosi: innanzitutto, la possibilita’ che siano brevettate tecniche capaci di modificare il patrimonio genetico delle generazioni future; e, poi, l’ulteriore impoverimento della biodiversita’ (patrimonio non riproducibile) e la scarsa attenzione per le conseguenze sulla salute dei consumatori (particolarmente, nel medio e lungo periodo, per quanto riguarda i fenomeni allergici e per l’uso di antibiotici come marcatori genetici); ancora, l’accentuazione degli squilibri economico-sociali a favore del settore industriale e a danno dell’agricoltura e della sua capacita’ di selezionare le varieta’ vegetali. Parallelamente, in ambito europeo, si comincia a discutere di una proposta di brevettazione, attraverso brevetti di sbarramento, di algoritmi e tecniche software. L’iniziativa segnala, sia pure su un piano diverso, la possibilita’ di effetti, altrettanto preoccupanti, sulla natura democratica delle societa’ contemporanee: e su quel requisito essenziale che e’ l’accesso alle informazioni. Mentre il “Progetto Genoma” (la mappatura del genoma umano) viene in gran parte condotto da istituti pubblici di ricerca ed e’ di comune dominio, l’introduzione di brevetti di sbarramento puo’ bloccare la ricerca applicata, limitando l’uso di geni e di organismi brevettati anche per fini esclusivamente sperimentali. Il che aggravera’ il divario, gia’ tanto ampio, tra la capacita’ di ricerca privata e quella pubblica. Una sproporzione che limita gravemente gli strumenti indipendenti di controllo. E non solo. La possibilita’ di brevettazione di tecniche - considerate elementari per ogni procedura nei programmi di pagine web - consentirebbe a chi ottenesse il brevetto di un determinato algoritmo di riservarsene l’uso esclusivo, o di venderne l’utilizzazione. Quello tra brevettabilita’ di sequenze genetiche e brevettabilita’ di tecniche di programmazione non e’ un parallelo così improprio e così ardito, come puo’ apparire. La brevettazione a fini di sfruttamento commerciale del vivente o di “costruzioni grammaticali” mina alla radice l’idea della conoscenza come diritto universale e come esperienza e produzione collettive. Da qui la crucialita’ della cautela nel metodo e della consapevolezza nella decisione. E credo di non esagerare se dico che l’idea di liberta’ e di universalita’, che ha attraversato gli ultimi due secoli, rischia di venir messa in discussione. La politica pubblica - e’ bene ricordarlo - e’ tale se risulta capace di tutelare i global commons, i beni generali (diritti del vivente e diritti della conoscenza), che gli interessi particolari, ancorche’ legittimi, devono rispettare. D’altra parte, quanto finora detto non e’ che una ulteriore conferma della tendenza di cui ha scritto Eugenio Scalfari, domenica 18 luglio. Ovvero un processo irresistibile che ha portato “la societa’ tecnologica” a “ferire profondamente” la natura e a separarsene, per meglio “asservirla ai propri egoistici fini”. Dunque, se c’era bisogno dei Verdi “trent’anni fa”, come scrive Scalfari, figuriamoci oggi. Nonostante errori e sconfitte.

La testimonianza a favore
Washington: prove scientifiche, non pretesti


di Stuart E. Eizenstat Sottosegretario Dip. di Stato Usa con delega agli Affari economici
(Agrisole, 30 aprile 1999)


Tra Usa e Ue corre la relazione economica bilaterale piu’ grande al mondo. Interscambio commerciale e flussi d’investimento assommano a mille miliardi di dollari l’anno (un milione 800mila miliardi di lire circa, Ndt) e danno lavoro a oltre 6 milioni di persone. Una relazione fiorita grazie soprattutto alla riduzione delle barriere con lo sviluppo del sistema di regole sul commercio internazionale realizzato dalla Wto. Questa pietra angolare e’ minacciata dalla riluttanza europea ad attenersi a tale sistema. La mancata adesione Ue alla composizione delle controversie su banane e carne agli ormoni non lascia presagire che l’atteggiamento europeo sulle “biotech” si fondi sulle basi scientifiche previste dall’Accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie della Wto. La biotecnologia e’ uno strumento efficace per trovare soluzioni sostenibili e soddisfare i bisogni globali di salute, alimentazione e protezione ambientale. I prodotti agricoli Usa sono interessati sempre piu’ dalle “biotech”. Tra pochi anni la maggior parte dei raccolti statunitensi sara’ composta da organismi geneticamente modificati (Gmo) o mischiata con Gmo.Come membro Wto la Ue, al pari degli Usa, ha diritto a un sistema di controllo pubblico sui Gmo che ne assicuri la sicurezza e tuteli la salute pubblica. Tuttavia, gli standard accettati dalla Ue e da altri membri Wto richiedono che tale sistema sia corretto, trasparente, prevedibile, puntuale e basato su principi scientifici acclarati. Al contempo i Paesi possono stabilire proprie leggi sulle etichette alimentari compatibili con gli impegni internazionali che si sono assunti. La Fda (l’agenzia federale su alimenti e farmaci, Ndt) degli Usa richiede l’etichettatura per ogni alimento, Gmo o no, che presenti differenze significative nei valori nutrizionali o nella composizione. Quello che gli Stati Uniti non accettano e’ una forma di etichettatura fuorviante e che implica che i Gmo siano in qualche modo dannosi o di qualita’ inferiore, quando prove scientifiche, test e autorizzazioni non mostrano alcun rischio per la salute umana. Gli Usa garantiscono e garantiranno la sicurezza dei prodotti “biotech” attraverso rigorose procedure di esame. Purtroppo le procedure di controllo e di approvazione delle “biotech” che la Ue ha utilizzato sinora non rispondono a questi principi. Sono troppo soggette a interferenze politiche. Cio’ e’ dimostrato dalla causa sulla carne agli ormoni aperta davanti alla Wto. Dopo dieci anni e tre decisioni contrarie della Wto, la Ue continua a cercare prove scientifiche adatte a sostenere un pregiudizio politico contro i bovini allevati con gli ormoni. Bruxelles afferma di avere in corso 17 nuove ricerche, ma nessuno puo’ dirci chi e come le conduca, quali procedure stiano seguendo e se vi sia spazio per dibattito e analisi pubblici su esse.In assenza di informazioni chiare sui processi decisionali, non sorprende che i cittadini Ue siano sensibili a tattiche di disinformazione basate sulla paura. Un processo che e’ esacerbato da certa parte della stampa europea, che spesso dipinge i Gmo come qualche nuova forza sinistra scaturita da un cattivo racconto di fantascienza. Gli Usa cercano l’opportunita’ di combattere la parzialita’ dei media divulgando informazioni riguardanti le prove scientifiche sulla biotecnologia e le procedure e pratiche Usa che tutelano così efficacemente la salute pubblica. La gestione Ue delle biotech contribuira’ a determinare il futuro della relazione economica bilaterale e delle regole sul commercio internazionale cui abbiamo lavorato così duramente. In verita’ ci sono leader in Europa che riconoscono che un sistema di regole Ue elaborato in accordo con i suoi indirizzi di commercio internazionale consentirebbe a tutti di beneficiare della biotecnologia senza timori o preoccupazioni. Gli Usa sono pronti a lavorare con la Ue mentre questa sviluppa tale sistema, ma il tempo per farlo e’ adesso.

“Lo stop da solo non funziona”

Intervista a Leonardi Santi, presidente del Comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie
(La Stampa 25 giugno ‘99)


“Sono contrario a una moratoria dei cibi transgenici fine a se stessa”, commenta Leonardo Santi. E’ il presidente del Comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie, l’osservatorio scientifico numero uno in Italia di problemi incadescenti, dal “mais Frankestein” agli animali clonati alla Dolly.
Professore, la prudenza dei Quindici le sembra eccessiva? L’effetto mucca pazza, polli alla diossina e Coca Cola contaminata ha impresso un segno profondo.
“Cominciamo con lo sgomberare il campo dalle confusioni, come i riferimenti alla Bse o alla diossina... Non vorrei che questi casi fossero messi in relazione con gli alimenti transgenici. In linea di principio dovrebbero essere piu’ controllati e sicuri”.
Ma siamo certi che lo siano al 100%?
“Negli Stati Uniti questi alimenti vengono usati da anni e, finora, non sono stati evidenziati rischi per la salute umana. Cio’ non significa che non ce ne possano essere ed e’ per questo che e’ necessario continuare la ricerca”.
E il caso clamoroso della farfalla Monarca messa in pericolo dal mais transgenico non e’ un pericolo concreto?
“Si tratta di un rischio ambientale che - a quanto sembra - non influisce sugli esseri umani”.
Allora, secondo lei, la moratoria potra’ essere di aiuto o di inciampo agli scienziati?
“Bisognera’ vedere in che termini sara’ proposta. E’ chiaro che si tratta di un problema soprattutto politico. Ritengo che non debba essere di lungo periodo, ma debba servire a un necessario approfondimento”.
In pratica, come?
“Su tre fronti. Si devono precisare le procedure dei test per le verifiche sui prodotti transgenici. Si devono aumentare gli investimenti nella ricerca pubblica, necessari per raccogliere le prove sui possibili rischi sulla salute e sugli ecosistemi. E si deve varare un piano di informazione a favore dell’opinione pubblica”.
Quanto sono disorientati i consumatori?
“Molto. I sondaggi rivelano tanta confusione e grossolani equivoci”.
Intanto, il suo Comitato che cos’ha in programma?
“Abbiamo in fase di costituzione due gruppi di lavoro per studiare l’affinamento dei test e delle normative. Inoltre, alla Conferenza mondiale sulla scienza di Budpaest sotto egida dell’Unesco [prevista per domani, n.d.t.], presenteremo un documento sul rapporto tra biotecnologie e societa’: saremo l’unico Paese a proporre questo dibattito. Nel meeting previsto a meta’ luglio a Bruxelles, inoltre, affronteremo il problema di un team scientifico che armonizzi a livello europeo tutti i problemi connessi ai cibi transgenici”.
Quanto pesera’ la moratoria sulla nostra dieta?
“Poco. L’Italia non ha dato autorizzazioni alla coltivazione di piante transgeniche, ma solo alle sperimentazioni in campo”.
In conclusione, tra l’entusiasmo americano e le ritrosie europee lei per chi si schiera?
“Penso che si debba stare in mezzo alle due posizioni”.

“La battaglia etica e’ perdente”

Intervista a Gian Luigi D’Orlandi presidente della sezione cereali foraggeri di Confagricoltura
(Terra e vita, n26 1999)


Agricoltori preoccupati perche’ la biotecnologia tarda ad arrivare nei campi? Pare proprio di no. Almeno nel caso del presidente della sezione cereali foraggeri di Confagricoltura, Gian Luigi D’Orlandi: “perche’ mai dover aver fretta di seminare mais visto che i consumatori non vogliono i prodotti transgenici?”.
“Ma l’aspetto cruciale credo sia un altro cioe’ l’atteggiamento passivo finora assunto dall’Europa che tuttora gioca su posizioni di difesa. Continuando così usciremo perdenti anche al prossimo Millennium round dove saremo costretti a subire le ritorsioni degli Usa”. L’alternativa? “Una politica attiva di alleanze da ricercare fuori dai confini del Vecchio Continente per non andare da soli a giocare la partita del Wto”. E poi: “Occorre mettere a punto sistemi abbastanza rapidi per distinguere i prodotti Ogm da quelli esenti e poi chiedere un organismo internazionale per verificare gli effetti delle biotecnologie sulla salute. E questo non possono farlo le multinazionali. La ricerca, poi, dovrebbe essere condotta anche in Europa, da istituzioni pubbliche, per obbiettivi che risultano poco remunerativi per le multinazionali, ad esempio l’introduzione nelle piante della capacita’ di utilizzare l’azoto atmosferico per risolvere il problema dei nitrati”.
E il mercato?
“Sara’ il consumatore a scegliere. Sul mercato dovra’ trovare prodotti distinti in base alla metodologia produttiva e, di conseguenza, venduti a prezzi diversi. Ad esempio, prodotti contenenti Ogm, prodotti che ne sono privi, e , magari, prodotti biologici. Al consumatore spettera’ l’ultima parola. A listini diversi corrisponderanno diverse procedure di preparazione dei prodotti. Cio’ significa riconoscere i costi sostenuti dal produttore. Ma la battaglia, se giocata sul piano etico, sara’ perdente”.

L’agricoltura senza biotech rischia di finire in fuori gioco

Intervento di Heinz Boller presidente e Ad di Novartis Italia
(Il Sole 24 ore, 15 luglio 1999)


Senza ricerca non c’e’ futuro. Questo vale per tutti, anche per l’agricoltura. Sicche’ se un Paese come l’Italia decide di bloccare la ricerca nel campo delle biotecnologie, come ha fatto a fine giugno il ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro, il minimo che possa accadere e’ di offrire su un vassoio d’argento ad altri Paesi il vantaggio della prova. E quando i concorrenti sono strutturalmente piu’ forti, gli svantaggi accumulati possono diventare enormi e difficilmente recuperabili. In questi casi, molto spesso accade che “il rischio che un Paese corre nel non promuovere la ricerca diventi assai piu’ oneroso del farla”. Per questo Heinz Boller, presidente e amministratore delegato della Novartis Italia, societa’ che fa capo all’omonima multinazionale svizzera attiva nella farmaceutica e nelle biotecnologie, considera discutibile la decisione del responsabile della politica agricola italiana di bloccare la ricerca sui prodotti biotech. “Un provvedimento - dice - che rischia di mettere fuori mercato sia l’agricoltura in quanto sistema economico che deve puntare al massimo dell’efficienza e deve essere in grado di offrire cio’ che il consumatore chiede, sia le imprese che nel Paese fanno ricerca per l’agricoltura. In questo ambito a pagare di piu’ non sono le multinazionali, che hanno mezzi e capacita’ di trasferire altrove i propri campi di ricerca, ma le piccole e medie imprese locali”.Dire ricerca agricola vuol dire anche prodotti transgenici. Un tema scottante quello degli organismi geneticamente modificati (Ogm) sul quale tutta l’Europa da mesi si sta interrogando, mentre gli Stati Uniti hanno fatto da tempo la scelta di andare avanti. Ebbene, su questo problema Boller ritiene che in Europa si stia facendo un grossolano errore di fondo, ben sapendo che “l’agricoltura Usa e’ tecnologiamente piu’ avanti di quella europea di almeno cinque anni”. Dice il presidente di Novartis Italia: “premesso che e’ impensabile che grandi imprese investano negli Ogm se non sono veramente sicure di quello che fanno, e’ comunque dimostrabile che i prodotti transgenici non costituiscono una minaccia alla salute dei consumatori. Piuttosto e’ vero il fatto che chiudendo alla biotecnologia l’Europa si mette nell’angolo da sola: in un mercato globale anche in agricoltura la competizione non e’ bloccabile per decreto”.“E’ mai pensabile che si dica no alla ricerca nel settore delle telecomunicazioni? Direi proprio di no” sostiene Boller. Secondo il quale la questione di fondo sta nell’esatta conoscenza del problema e nel trasferimento dei benefici che l’uso di ogm comporta. “Oggi in Europa e in Italia - puntualizza Boller - solo un gruppo ristretto di persone conosce veramente la tecnologia degli Ogm. La maggior parte dell’opinione pubblica, invece, e’ all’oscuro di quanto sta accadendo. Il gene che Novartis ha introdotto nelle proprie sementi di mais ha l’effetto di combattere la Piralide, un insetto che e’ causa della distruzione di circa il 15% della produzione di granoturco. Questo i consumatori probabilmente non lo sanno, mentre i produttori sì. E’ quindi opportuno parlarne e comunicare il piu’ possibile, evitando di fare proclami che distorcono la realta’ dei fatti”.Un altro aspetto e’ quello del trasferimento dei benefici che nei Paesi dove e’ consentito produrre e commercializzare mais transgenico (la Spagna e’ l’unico Paese europeo che produce e commercializza mais con Ogm) premia i produttori in termini di redditivita’ e gli utilizzatori in termini di prodotti qualitativamente migliori ottenuti a prezzi piu’ vantaggiosi. “Nei Paesi Ue dove si fa ricerca questo trasferimento di vantaggi non si e’ ancora verificato. E dunque prevedibile che quando cio’ avverra’ l’opinione pubblica non avra’ piu’ un atteggiamento ostile alle biotecnologie. Per questo chi ha finora investito nel biotech agricolo continuera’ a farlo”.

“Fermare la ricerca adesso sarebbe disastroso”

Intervista a E. Boncinelli, genetista dell’Istituto San Raffaele di Milano
(Corriere della Sera, 27 giugno 1999)


Da buon toscano, Edoardo Boncinelli apprezza la cucina genuina. Ma non avrebbe paura di condire gli spaghetti con la tecno-pummarola a maturazione ritardata, o di farsi una cofana di super-radicchio a prova di gelo. “Non capisco - brontola il genetista dell’Istituto San Raffaele di Milano -. Quelli che fino a ieri imprecavano contro le sofisticazioni alimentari, e rimpiangevano i piatti della nonna, adesso preferiscono la chimica alla biotecnologia”. Proprio così. Per certa gente, tutto e’ meglio del “cibo di Frankenstein”: anche le polpette di Mitridate, o le minestre di Lucrezia Borgia. Viva il veleno, se ci evita le manipolazioni della Monsanto. Ma bisogna pure rispettare queste idiosincrasie.
Non hanno fatto bene, i ministri dell’Ambiente europei, a decidere regole piu’ severe per gli alimenti transgenici?
“Per ora hanno solo deciso una moratoria. Quanto alla normativa, staremo a vedere. Se si tratta di un solo prodotto - che so, il pomodoro - cui e’ stato sostituito o aggiunto un singolo gene, l’accertamento non e’ difficile, e mi sembra giusto che il consumatore venga avvertito. Ma i cibi che compriamo sono per lo piu’ una miscela di molte sostanze. E ce ne sono alcune, come la lecitina, che entrano in un numero enorme di prodotti. Come si fa a stabilire la presenza, in tracce infinitesimali, di lecitina derivante da un organismo geneticamente modificato?”.
Che differenza farebbe?
“Nessuna. La lecitina e’ una molecola molto semplice, la sua struttura non cambia. Ma non tutti lo capiscono. Se qualcuno vorra’ opporsi alla legge, gli addentellati non mancheranno”.
Perche’ tanto accanimento contro le biotecnologie? E come mai i Verdi, così trepidanti per l’integrita’ genetica della bietola, si sono lasciati sfuggire sotto il naso i polli alla diossina?
“Gia’, me lo chiedo anch’io. Forse perche’ il futuro fa sempre paura. E’ la chimica che ci ammazza: ma almeno e’ una carta conosciuta. E poi la biologia la sentiamo piu’ vicina a noi: il cibo e’ sacro. Io mi sento continuamente dire: ”fate gli esperimenti che volete, purche’ non ce li diate da mangiare"".
E’ un atteggiamento comprensibile.
“Sì, ma parte da presupposti sbagliati. Di naturale, in quello che mangiamo, non c’e’ quasi nulla. Il frumento, le patate, non esistono in natura. I piselli, originariamente, erano delle dimensioni di un seme di sesamo, le mele erano piccole come ciliegie. E’ l’uomo che, nel corso dei secoli, ha manipolato vegetali e animali secondo le proprie esigenze. L’unica differenza e’ che prima lo faceva alla cieca, ora lo fa in modo mirato. Le pare poco? Se cambiando un gene una pianta diventa resistente ai parassiti, si risparmiano tonnellate di anticrittogamici”.
L’Economist ha scritto che l’allarme sui cibi transgenici e’ in buona parte colpa delle multinazionali, che lo fomentano con un marketing petulante. Perche’ insistere tanto? Ce l’ha ordinata il dottore, la dieta biotech?
“Guardi, sara’ anche vero che oggi questi prodotti non rappresentano una necessita’ assoluta. Ma fermare la ricerca sarebbe disastroso. E’ una porta sul futuro, non possiamo permetterci il lusso di chiuderla”.
Un biologo autorevole, il dottor Pusztai, sostiene che le patate transgeniche fanno male ai topi.
“In questo mondo il rischio zero non esiste. Ci vogliono piu’ controlli, e’ vero: ma su tutto quello che mangiamo. E’ cento volte piu’ probabile che mi avveleni con una bottiglia di latte che con la soia ingegnerizzata”.
E la possibilita’ che i geni modificati “saltino” da una pianta all’altra?
“Quando ci hanno provato, non ci sono riusciti. La natura e’ cocciuta, fa muro. Se io cerco di inserire un gene ”buono" in una cellula, questa lo sputa o lo disattiva. Perche’ non dovrebbe resistere quando cerco di farle del male?".
Il presidente Chirac ha proposto un’agenzia internazionale per la sicurezza alimentare. Lei e’ d’accordo?
“Una Food and Drug Administration europea, ecco quello che ci vorrebbe. Un’autorita’ preposta al controllo di cibi e farmaci, come in America. Invece a Bruxelles non fanno che parlare, parlare”.

“Sara’ devastante l’alleanza tra l’informatica e la biotecnologia”

Parla Jeremy Rifkin, autore del bestseller, “Il secolo biotech”
(Il Sole 24 ore, 27 novembre 1998)


“Bill Gates sta investendo massicciamente nell’informatica applicata alla biogenetica e non c’e’ nulla da stupirsi se giganti dell’informatica e adepti di Wall Street investono massicciamente nel nuovo campo della bioinformatica. L’unione delle scienze dell’informazione con le scienze della vita e’ il vero inizio di una nuova era nella storia del mondo, e l’informazione sulla vita e’ la materia prima piu’ preziosa”. Lo afferma Jeremy Rifkin, l’autore del bestseller “Il secolo biotech”( Baldini & Castoldi). Il punto d’incontro fra informatica e biotecnologie e’ una delle numerose declinazioni secondo cui Rifkin denuncia i pericoli connessi all’affermazione delle tecniche di manipolazione del patrimonio genetico dei viventi. Una denuncia che assume spesso toni apocalittici, tipici dei telepredicatori d’Oltreoceano, lontani dall’argomentazione scientifica e irritanti per gli esperti europei. Ed e’ un difetto di comunicazione non da poco, perche’ tende a mettere in ombra molti spunti di analisi e proposte di soluzione che sono invece importanti e concreti. Secondo Rifkin, l’informatica manifesta pienamente la sua natura di tecnologia rivoluzionaria solo quando viene applicata alla biologia. Quello che conta nell’era dell’informatica non e’ tanto il settore dei computer o delle reti. Certo, sono elementi molto importanti dal punto di vista economico e culturale, ma assai piu’ importante e’ la capacita’ dell’informatica di agire come “metatecnologia”, di invadere cioe’ tutti i settori e di modificarli in funzione delle proprie caratteristiche. Una specie di formidabile catalizzatore sia dello sviluppo tecnologico complessivo che delle trasformazioni culturali e sociali. E’ dall’incontro fra codice genetico e codice binario, dalla capacita’ della tecnologia informatica di trattare l’informazione iscritta nel patrimonio genetico che sta nascendo una nuova era: il secolo biotech. Esattamente come e’ successo nel XV secolo con l’affermarsi della tecnologia della stampa. Se oggi calcolassimo il peso della stampa unicamente come settore economico o come mezzo di trasmissione del sapere, le attribuiremmo sicuramente un valore elevato, lontanissimo, pero’, dal peso reale che ha assunto come metatecnologia. Basti pensare che da essa sono dipesi - e in questa analisi Rifkin non e’ certo solo - fenomeni fra loro lontanissimi: dall’affermarsi della Riforma protestante e dell’etica sociale a essa correlata, al diritto d’autore, dalla descrizione ordinata del mondo che rese possibile la rivoluzione industriale alla alfabetizzazione di massa. Difficile contestare che sia uno dei punti di vista piu’ interessanti da cui osservare il futuro dell’informatica. Ma anche nell’indicare al convegno di Rimini alcuni dei pericoli provocati dall’incontro fra informatica e biotecnologie non ha certo difettato di concretezza. “Chi e’ proprietario dei geni e’ proprietario del mondo - afferma lo studioso statunitense - .Questo e’ evidente nel campo delle produzioni agricole. Dall’informazione genetica contenuta nelle piante dipende l’alimentazione dell’umanita’ e la produzione di fondamentali componenti di farmaci. Oggi le grandi imprese della bioingegneria dei Paesi del Nord del pianeta vogliono brevettare le sequenze genetiche di queste piante. Ma poiche’ la maggior parte dell’informazione genetica e’ concentrata nei Paesi del Sud del mondo, negli ecosistemi tropicali, c’e’ il pericolo che si scatenino nuovi conflitti. Così come nel secolo che si chiude ci si e’ battuti per la conquista di territori, i prossimi conflitti avverranno per estrarre questa nuova ricchezza dai giacimenti del Sud”. “Oggi, le nuove terre vuote da conquistare sono la biodiversita’ - ha infatti confermato Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana -. Con la biodiversita’ se ne vanno anche la ricchezza, lo sviluppo e la diversita’ culturale dei Paesi del Sud. Un vero paradosso che trasforma l’abbondanza in scarsita’. Se calcoliamo in cinque miliardi di dollari all’anno gli aiuti ai Paesi poveri, scopriamo che sei se ne vanno in furti di risorse. E’ una situazione a cui e’ necessario opporsi”. Ma non e’ una via senza uscita, sostiene Rifkin. Esistono gia’ precedenti molto concreti di soluzioni per problemi analoghi. Come nel caso degli accordi per l’Antartide, in cui si e’ deciso a livello internazionale di condividere le risorse ai fini della conoscenza scientifica e di non accapigliarsi per il loro sfruttamento. Tutto sta, secondo Rifkin, nello scegliere una strada “soft”, che non significa necessariamente rifiutare i progressi resi possibili dalla scienza, ma di integrarli in una visione piu’ articolata e meno riduzionista di quella attuale. Come nel caso di una possibile altra fonte di conflitti: quelli determinati dal diritto alla privacy genetica, che coinvolgeranno, in questo caso, i cittadini dei Paesi ricchi. Si sta infatti affermando, soprattutto negli Usa, la tendenza a forme di discriminazione genetica per cui chi presenta una predisposizione ereditaria per malattie gravi non viene assunto o viene rifiutato dalle assicurazioni. Ma, poiche’ predisposizione non significa affatto sviluppo della patologia, alla discriminazione si aggiunge un comportamento economicamente irrazionale. Puo’ accadere infatti che chi non e’ predisposto geneticamente abbia uno stile di vita molto piu’ pericoloso di chi lo e’ (basterebbe il fumo, che e’ una delle prime cause di morte). Molto piu’ razionale sarebbe invece che il singolo individuo, conoscendo la propria mappa di rischio e le caratteristiche degli alimenti e dell’ambiente in cui vive, si comportasse in maniera adeguata alla prevenzione. L’aspetto interessante della questione - quando si parte dal punto di vista della convenienza generale - e’ che approcci anche molto lontani fra di loro possono trovare interessanti punti di coincidenza. Come ha mostrato, nell’incontro riminese, l’intervento di Giovanni Ballarini, dell’Universita’ di Parma, che, dopo aver attaccato a fondo le tesi di Rifkin sul pericolo costituito dal passaggio di materiale genetico fra specie diverse, ha concluso con un invito allo sviluppo di un’agricoltura e allevamento molto piu’ “ecologici” di quelli attuali, per salvaguardare in maniera determinante la salute pubblica. Ed e’ una soluzione assai vicina a quella “soft” di agricoltura biologica proposta dal futurologo americano.
 

Gli alimenti geneticamente manipolati: la vita in gioco

A cura di Greenpeace Italia
(rapporto giugno 1999)


Un esperimento rischioso e non necessario

Se continuera’ l’attuale tendenza, entro pochi anni la maggior parte degli alimenti che mangiamo potrebbe essere geneticamente manipolata. Potenti multinazionali vogliono farci credere che questi alimenti sono assolutamente sicuri, nutrienti e senza alcun rischio. Scienziati indipendenti ci avvertono invece che sappiamo troppo poco di come funziona l’eredita’ genetica degli esseri viventi e credono che l’ingegneria genetica sia una tecnologia imperfetta e rischiosa. Greenpeace non ha una campagna contro le Biotecnologie o contro l’Ingegneria Genetica. Ma Greenpeace considera il rilascio in natura di organismi geneticamente manipolati un rischio ambientale inaccettabile e teme le conseguenze sanitarie e sociali della diffusione di colture e quindi di alimenti geneticamente manipolati. Per questo Greenpeace chiede di fermare la coltivazione e la produzione di prodotti transgenici

Gli alimenti geneticamente manipolati (gm) non sono sicuri

La maggior parte delle persone ha saputo per la prima volta dell’esistenza degli alimenti Gm nel 1996, quando negli Usa la multinazionale Monsanto mise in commercio un tipo di soia ingegnerizzata per resistere all’erbicida Roundup da essa stessa prodotto. Oltre il 40% del raccolto di soia americano viene esportato, soprattutto in Europa e quando arrivo’ il primo raccolto di soia geneticamente manipolata, questo era stato deliberatamente mescolato con la soia tradizionale: l’Associazione dei coltivatori di soia americani si e’ rifiutata di segregare la soia normale da quella manipolata, come gli veniva richiesto, perche’ le considerava “sostanzialmente equivalenti”. Da un punto di vista scientifico, la “sostanziale equivalenza” come base per la definizione del rischio e’ improponibile e non puo’ essere usata in maniera affidabile per verificare la sicurezza degli alimenti. Gli alimenti Gm possono infatti contenere nuove molecole -inaspettate- che potrebbero essere tossiche o causare allergie. Perche’ un prodotto Gm potrebbe essere non solo “sostanzialmente equivalente”, ma addirittura del tutto identico al suo omologo tradizionale tranne che per la presenza - a questo punto non rilevabile - di una singola molecola tossica. Nel 1989, 37 persone sono morte negli Usa dopo aver assunto un integratore alimentare, l’amminoacido L-triptofano, che era stato prodotto usando batteri geneticamente manipolati. Secondo il principio della sostanziale equivalenza quella preparazione sarebbe risultata assolutamente sicura per il consumo umano, visto che l’agente tossico non era certo il triptofano (una sostanza innocua che assumiamo continuamente con gli alimenti), ma alcune molecole presenti in modo inaspettato ed in scarsissime quantita’. E non si possono purificare i prodotti alimentari da contaminanti chimici di cui non si sospetta nemmeno l’esistenza. Gli alimenti Gm gia’ presenti sul mercato Usa comprendono il mais, la soia, le patate, la zucca, i pomodori, il radicchio e la papaia, così come latte e latticini provenienti da mucche trattate con un ormone della crescita (rBGH) ottenuto tramite l’ingegneria genetica. Numerosi enzimi prodotti da microrganismi ingegnerizzati sono comunemente usati nei processi di preparazione degli alimenti. Nessuno di questi alimenti e’ stato sottoposto a studi approfonditi come succede invece per i farmaci per i quali infatti occorrono ben 15 anni di sperimentazione clinica. Che comunque non bastano ad escludere ogni rischio: il 3% dei farmaci posti in commercio e’ infatti ritirato a causa di seri effetti collaterali.

Problemi degli alimenti gm

Numerosi sondaggi sono stati condotti in tutto il mondo per monitorare l’atteggiamento del pubblico riguardo agli alimenti Gm. Nei paesi piu’ sviluppati sono stati evidenziati serie discrepanze tra le politiche dei governi e le preoccupazioni del pubblico. Con poche eccezioni, i governi hanno incoraggiato l’introduzione dell’ingegneria genetica negli alimenti. I sondaggi d’opinione, comunque, hanno mostrato che la maggioranza delle persone preferirebbe, piuttosto, farne a meno. Le preoccupazioni riguardano numerosi aspetti:
Il diritto alla scelta -

Molti consumatori temono che l’assenza di segregazione tra prodotti tradizionali e geneticamente manipolati, e di etichettatura - unita al fatto che sono molti gli alimenti Gm che stanno per arrivare - non permetteranno loro di esercitare una libera scelta.
Problemi sanitari -

Il pubblico comincia a capire che le preoccupazioni sulla sicurezza degli alimenti Gm hanno una valida base scientifica. C’e’ una diffusa riluttanza a sostituire quello che gia’ mangiamo - e che sappiamo non essere pericoloso - con alimenti che potrebbero essere rischiosi. La mancanza di fiducia nelle istituzioni governative ha reso il pubblico molto sospettoso, soprattutto dopo la pessima esperienza della “mucca pazza” , riguardo alle ripetute rassicurazioni sulla sicurezza degli alimenti Gm.
Questioni etiche -

Per molte persone il problema principale non e’ se gli alimenti Gm sono sicuri o no, ma il fatto che essi siano innaturali e non necessari. Per alcuni, essi offendono quei profondi principi morali che riguardano i rapporti tra l’umanita’ e la Natura.
Politica internazionale -

Gli accordi per il libero commercio internazionale stanno aumentando il potere degli interessi economici, ed il pubblico e’ preoccupato che i governi siano sempre piu’ influenzati nelle loro decisioni da organismi le cui politiche non prevedono la protezione ambientale e sanitaria, ma sono basate esclusivamente sul profitto.
Monopolio economico -

Il commercio degli alimenti e delle colture Gm e’ dominato da un pugno di multinazionali come Monsanto, Novartis, Zeneca, Aventis, AgrEvo e DuPont. E’ opinione comune che questi saranno i soli a trarre benefici dal commercio dei prodotti Gm.
Impatto sociale -

Numerosi gruppi ed associazioni di coltivatori, in tutto il mondo, hanno espresso opposizione alle colture transgeniche perche’ temono che, con l’introduzione dei brevetti in campo agricolo, le multinazionali possano esercitare un controllo totale sulle attivita’ agricole.
Fame nel Mondo: -

L’opposizione alle colture transgeniche e’ ancora piu’ forte tra i contadini e le comunita’ rurali dei paesi in via di sviluppo. Alcuni gruppi, in India e Brasile, hanno addirittura distrutto alcuni campi di colture transgeniche.
Rischi per l’ambiente -

Ci sono sempre piu’ prove che l’ingegneria genetica crea nuovi rischi agli ecosistemi, minacciando la biodiversita’ e l’equilibrio tra le specie. Gli effetti potenziali a lungo termine sono quelli che destano le maggiori preoccupazioni. Tra l’altro gli organismi Gm dispersi nell’ambiente potrebbero trasferire le loro caratteristiche mutanti ad altre specie, creando così forme di vita pericolose che non possono piu’ essere controllate. Questa forma di inquinamento genetico e’ anche peggio di quello chimico, visto che gli organismi Gm sono in grado di riprodursi e di diffondersi nell’ambiente.

Etichettatura

Quando i consumatori hanno cominciato a capire che stavano mangiando alimenti Gm senza saperlo, le organizzazioni che li rappresentano chiesero immediatamente una loro etichettatura obbligatoria. Il Consumer International, ad esempio, che rappresenta 235 associazioni di consumatori in 109 paesi, ha richiesto al Codex l’etichettatura obbligatoria,. Il 27 maggio 1998 il Codex Alimentarius (un’agenzia dell’Onu che definisce le regole internazionali sugli alimenti) ha respinto queste richieste, decidendo a favore di un sistema di etichettatura incompleto a tutto vantaggio delle industrie dell’alimentazione e della bioingegneria. Le multinazionali hanno utilizzato il principio della “sostanziale equivalenza” per sostenere che sarebbe stato discriminatorio etichettare obbligatoriamente gli alimenti Gm, suggerendo che cio’ sarebbe anche una barriera commerciale illegale. Un’etichettatura obbligatoria potrebbe consentire ai consumatori di boicottare i prodotti Gm, rendendo necessaria l’introduzione della segregazione con un aumento dei costi tale da rendere gli alimenti Gm economicamente non convenienti. Scienziati indipendenti hanno sottolineato che gli alimenti Gm sono, in realta’, “sostanzialmente differenti” dagli altri cibi e che l’etichettatura e’ essenziale soprattutto per avere la possibilita’ di rintracciare ed identificare ogni problema sanitario che possa insorgere. Nell’Unione europea, dal 1 settembre 1998, e’ stata introdotta una nuova legislazione sull’etichettatura parziale della soia e del mais Gm. Si stima che in Europa la soia Gm sia presente in circa il 60% degli alimenti confezionati, sotto forma di olio vegetale, farina di soia, lecitina e proteine di soia. Il mais Gm puo’ essere rinvenuto in circa il 50% dei cibi confezionati come mais, farina, amido e sciroppo. Secondo l’attuale legislazione europea, pero’, piu’ del 90% di questi ingredienti non devono essere etichettati. L’industria alimentare ha utilizzato argomenti pseudo-scientifici per motivare il suo rifiuto di etichettare i derivati della soia e del mais (lecitine, olii, amidi, sciroppi) provenienti da colture transgeniche. Essa sostiene che siccome i processi che portano alla produzione di tali derivati distruggono Dna e proteine (anche quelli trasferiti mediante transgenesi), questi derivati sono uguali ai prodotti derivati da piante naturali. Ma la maggior parte delle persone chiede comunque di sapere se il cibo che scelgono di acquistare derivi o no da organismi Gm perche’ vogliono evitarli per motivi etici o perche’ preoccupati dai rischi ambientali. Inoltre, come abbiamo visto, i rischi potenziali degli Ogm non necessariamente hanno a che fare con il Dna e le proteine transgeniche, ma anche con le imprevedibili conseguenze dell’alterazione delle sequenze del Dna. In teoria, il modo migliore per evitare gli alimenti Gm e’ quello di mangiare prodotti dell’agricoltura biologica. Sebbene non esistano ancora norme precise, i produttori biologici rifiutano gli Ogm.